Vivere il proprio spazio, senza che lo spazio ci definisca

Vivere su una palafitta

Scritto da Carlo Cazzaniga • Domenica, 7 febbraio 2010 • Categoria: Curiosità


Per vivere in una palafitta a Milano, in una dimensione forse più legata al mondo animale che non alla società urbanizzata e ipertecnologica dei giorni nostri ci vuole coraggio.

E questo coraggio lo ha sicuramente Duilio Forte, designer milanese fuori dal comune, che ha deciso di sperimentare su se stesso le sue innovative idee di architettura.
Tra la vecchia campagna abbandonata milanese e quel che resta delle risaie e delle ex industrie tessili, a pochi passi dalla tangenziale est, non lontano dall’aeroporto di Linate.
Quarantadue anni, milanese, Forte è un designer che sfugge ai designer.

Ha superato e reinterpretato l’architettura rompendo con tutto ciò che è facilmente progettuale e si è rifugiato in questa landa di terra ai margini della città, contesa da una campagna che resiste sottoforma di sterpaglia, con qualche principio di orto qua e là, mentre la periferia si allunga con i tentacoli senza sapere dove finirà.

Sulla porta di un’ex fabbrica tessile di cinquemila metri quadrati lasciata andare in rovina e ora ripristinata, l’architetto, che vive in una porzione della stessa, non sembra affatto un marziano.

Tuttavia la sua casa rivela cosa è riuscito a realizzare: un fantasmagorico progetto sperimentato sulle sue stesse vertigini e sull’impossibilità di essere abitato con i criteri dei comuni mortali.

«Nulla è terminato e questa casa la intendo come una palafitta sulla città – spiega il designer -: un luogo che è molto più vicino ad un nido di un albero che a una vera abitazione in cemento senz’anima».
Iniziamo un delirante viaggio tra punte in ferro minacciose che sporgono da ogni porta o portone, dove svettano robot tridimensionali pensati come scrivanie e sedia per i computer, volumi sospesi in aria, fornelli da campeggio senza una struttura portante, grovigli di forchette appese ovunque in una sequenza disordinata e modulare, accenti di rosso sull’ossido di ferro ispirato alle sue origini materne svedesi.
E su tutto spicca un evidente senso del pericolo trasformato ad arte per essere violato ogni volta.





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«Vivo il pericolo con il senso della trasformazione visiva e amo i pavimenti aggettanti, le botole, le scorciatoie, la suggestione del perdersi dentro ad una casa, il senso dello smarrimento.
Chi viene nella mia abitazione assiste ad un disorientamento che poi sfocia nel turbamento alla vista del cavallo di Odino dalle lunghe gambe esposto nel giardino, molto simile ad una palafitta alta dieci metri».

Per arrivare al maestoso cavallo di Odino e alle palafitte limitrofe, occorre attraversare tenendosi ben saldi ai vari corrimani delle scale sproporzionate che si allargano e stringono come una calza di nylon, per poi oltrepassare dei soppalchi adornati di ogni amuleto vichingo appartenente alla mitologia scandinava, transitando tra reperti di scienza e magia, misticismo e ingegneria.




























Link: stugaproject.com
Via: milano.corriere.it
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